
contro il logorio della vita moderna
nelle campagne del Teggiano




Poi alle loro spalle udirono la voce di Faramir. «Ora possono vedere», disse. I fazzoletti furono tolti e i cappucci gettati all’indietro, lasciandoli abbagliati e stupefatti. Si trovavano su un pavimento bagnato di pietra lucida, come la soglia del rozzo arco intagliato nella roccia che si apriva buio dietro di loro. Ma davanti pendeva un fine velo d’acqua, così vicino che Frodo vi avrebbe potuto infilare il braccio disteso. Era rivolto a occidente. Il sole del tramonto vi proiettava i suoi raggi orizzontali, la cui luce rossa s’infrangeva in mille scintille dal luccicante colore cangiante. Avevano l’impressione di affacciarsi alla finestra di una torre elfica, velata da fili d’oro e d’argento, da rubini, zaffiri e ametiste eternamente incandescenti.
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Cono Indelli nacque a Diano (in seguito conosciuta come Teggiano, provincia di Salerno) alla fine del dodicesimo secolo, e scappò appena poté in un monastero benedettino a Montesano della Marcellana. Lì visse una vita breve, santa e, per i nostri parametri, noiosissima, ravvivata da qualche saltuario evento miracoloso: come quella volta che vennero a trovarlo i genitori e lui dimostrò l’amore che riservava loro nascondendosi in un forno acceso. Quando se ne andarono ne saltò fuori incolume: miracolo! Pur di non dire ciao papà, ciao mamma.
Del resto il forno era il suo habitat, ci entrava dentro per cucinare; col tempo aveva magari sviluppato una certa resistenza. È anche vero che morì giovane: e che a un anno dal decesso ancora non avevano deciso dove seppellirlo. Ne reclamavano le spoglie ancora incorrotte sia Diano che Padula – quest’ultimo centro non so a che titolo – finché non si decise di tirare a sorte, abbandonandole a metà strada su un carretto legato a due buoi. I due buoi presero di buona lena la strada per Diano e si fermarono solo davanti alla chiesa del paese. Vince Diano, perde Padula.
Gli abitanti lo eleggono subito protettore del paese e ricorrono a lui a ogni crisi. Le solite cose: una guerra coi vicini, un assedio, un’epidemia, il terremoto del 1857. Santificato nel 1871, durante le migrazioni di fine Ottocento Cono comincia a essere venerato anche nell’Altro Mondo. In particolare a Florida, Uruguay, dove al suo esordio in una processione pubblica fa tremare la terra. L’Uruguay ha la sua parte di sfortune, come ogni Paese del mondo, ma non è zona sismica: il terremoto è un prodotto d’importazione, grazie San Cono. Per diciassette anni nessun sacerdote mette piede nella cappella a lui dedicata. Più che superstizione, è il segno di un conflitto tra la comunità italiana che l’aveva portato con sé da Teggiano e la curia locale, ispanofona. Il dissidio viene superato in un modo bizzarro quando il 3 giugno del ’45 sulla ruota di Montevideo esce il 3. Il giorno della morte di San Cono, il giorno della sua festa in Cielo.
https://www.ilpost.it/leonardotondelli/2014/06/03/cono/
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